mercoledì 25 settembre 2013

No, non sono morta.

Settembre per uno studente universitario è forse il mese più pesante dell'anno: provenendo da un'estate dedicata al dolce e piacevole far niente è praticamente una tragedia degna di Shakespeare alzarsi presto la mattina e passare l'intera giornata seduti alla scrivania e chini su quei dannati libri.
Ecco spiegato cosa ho fatto negli ultimi venti giorni, testimoni le occhiaie che ormai sono parte integrante del mio viso, come il naso o la bocca.

In più, dato che sto leggendo un libro lungo, impegnativo e di cui vi parlerò non appena finito (perché fidatevi, è il libro più bello che abbia letto quest'anno, merita veramente molto) oggi svicolerò l'argomento recensione per parlarvi di un'altra mia passione: le classifiche.
Semplicemente le adoro. Non so per quale ragione, forse per una mia tendenza a categorizzare le cose, fatto sta che ci vado ghiotta e se sono dedicate ai libri ci vado a nozze.

La prima "classifica" del blog in realtà non è una classifica: oggi vi parlerò dei 5 stadi del cordoglio, quelli che secondo il magazine Bookriot accompagnano tutti noi lettori quando ci ritroviamo a leggere un libro che odiamo con tutte le nostre forze, scritto magari dal nostro autore preferito. 

Fase 1: NEGAZIONE

Questa è la fase in cui siamo li, con il libro in mano e gli occhi a palla a chiederci cose tipo "Avrò sbagliato libro?", "Cosa ha bevuto l'autore mentre scriveva?", "Deve girare qualche particolare droga di cui non sono a conoscenza". 
Nel corso della prima fase ovviamente mi lamento per aver perso tempo e soldi.


Fase 2: RABBIA

Passata la negazione, finite la perplessità sulla vita del nostro autore preferito e sui suoi gusti in fatto di droghe ecco che arriviamo alla seconda fase, quella in cui si scatena la rabbia vera e propria. 
Siamo li a inveire contro l'autore e contro noi stessi per aver aspettato tanto la vaccata che stringiamo tra le mani.
Solitamente in fase parte la mia personale invettiva contro l'autore, la casa editrice, la libreria, il mio comune, il paese tutto e il mondo intero. Giusto per non far offendere nessuno.

Fase 3: PATTEGGIAMENTO

Su, è sempre del nostro autore preferito che stiamo parlando, qualsiasi cretinata abbia scritto è come se l'avesse fatto il nostro migliore amico. 
E noi diamo sempre una seconda opportunità a chi vogliamo bene. 
Ecco perché cerchiamo qualsiasi scusa ci venga in mente pur di non ammettere che si, questa volta il nostro amichetto ha toppato alla grande.
Ricordo questo momento quando ho letto in un articolo sul giornale che insinuava che Giorgio Faletti si limiti a tradurre (a volte anche male) i suoi libri prendendoli da un ghostwriter americano: mi son detta "dai, è Giorgio, che fa se li traduce? Alla fine mi son piaciuti tutti (o quasi, ma questa è un'altra storia)".

Fase 4: DEPRESSIONE

"Che amarezza, ho letto tutti i suoi libri e ora se n'è uscito con questa schifezza", "E' questo che mi aspetta dai prossimi libri che leggerò?", "Riuscirò a trovare un libro che mi soddisfi?".
Vivo spesso questo stadio e passo il tempo a chiedermi se sia colpa dei miei gusti troppo difficili o colpa del fatto che vengono pubblicati sempre più libri solo per metter su qualche spicciolo e accalappiare i poveri fessacchiotti come me. Che amarezza.

Fase 5: ACCETTAZIONE

Siamo umani, può capitare di sbagliare anche ai migliori di noi; daremo sempre una possibilità all'autore di cui abbiamo letto praticamente tutto quello che il suo cervello ha partorito, compreso l'ultima schifezza.
Sono un'anima dolce e non ho mai avuto il coraggio di abbandonare i miei autori preferiti, vaccate o meno.
Giorgio, puoi stare tranquillo.




giovedì 5 settembre 2013

Aruaruweeei

L'imbarazzo di andare in libreria e comprare un libro con una copertina un po' succinta è paragonabile solo a quello di andare nella stessa farmacia frequentata dalla tua mammina e comprare una scatola di preservativi, ma siccome ho il tablet e da un anno leggo perlopiù ebook il problema nel mio caso non si pone.

Ad ogni modo, ogni tanto i libri con le copertine zozze incuriosiscono anche me, così quando ho visto quella di "The Vincent boys" di Abbi Glines mi son detta "Ah però, leggiamo un po'!".

Vorrei conoscere il tipo che ha scritto il riassunto della trama e prenderlo a ceffoni.

La protagonista di questa mirabolante avventura si chiama Ashton (Ash per gli amici: in tutto quattro, ed uno di questi è il suo ragazzo, un'altra la nonna. Ma andiamo per ordine), è la figlia del pastore (ma che novità sul piano editoriale!) ed è da sempre amica di due cugini, Sawyer e Beau (che dovrebbe essere pronunciato "boh" come "boh, perché tra tanti nomi Abbi ha scelto proprio questo?).
A diciassette anni è fidanzata con Sawyer e non parla più con Beau perché i i due hanno intrapreso strade completamente diverse: la perdizione lui, la santità lei.

Ora, avete presente la puntata di Dawson's Creek in cui Dawson, con fare da uomo vissuto, va vicino a Pacey e gli dice "stalle vicino", riferendosi a Josephine?
Ecco, nel libro non succede esattamente la stessa cosa, ma il fatto è che mentre Sawyer è allegramente in campeggio con la famiglia la piccola figlia del pastore e il ragazzo dal nome improponibile ci danno dentro come ricci alle sue spalle. E vi dirò di più, Ashton in questo frangente avrà le sue prime esperienze sessuali, nonostante la ninfomania sia parte integrante del suo essere ormai da tempo.

Vi ricordate quando Joey è indecisa tra Pacey e Dawson e ci fa stare tipo venti puntate in attesa?
La pastorella Ashton, nell'indecisione, si diverte con Beau e fa la fidanzatina a distanza con Sawyer.
Ma Sawyer Lo Sbarbatello sta tornando in anticipo di due settimane.
Che brividi signori, che brividi.

Solitamente a questo punto passo a parlare dello stile dell'autore, ma siccome "The Vincent boys" è ricco di chicche ve ne racconto un'altra.
Ad un certo punto la nonna di Ashton muore, riducendo a tre il numero di amici della piccola pastorella di Dio. La ragazza è affranta e il giorno del funerale Beau la trova in lacrime fuori la chiesa. Dopo averla aiutata nell'estremo saluto se la porta nella sua roulotte (perché essendo profondamente sfigato oltre al nome ha anche una pessima situazione finanziaria) e ci danno dentro. Ashton per giustificare la cosa afferma: "La nonna ha sempre accettato la parte diabolica di me, mi avrebbe sorriso".

Tua nonna.
Ti avrebbe sorriso mentre ti ripassi il cugino del tuo ragazzo il giorno del suo funerale, dandola via come se non fosse mai stata tua.
TUA NONNA?!?!
Chi sei, la nipote di Cicciolina?!

Dire che "The Vincent boys" sia scritto coi piedi vuol dire offendere chi coi piedi ci scrive davvero.
La vicenda è raccontata con l'alternarsi del punto di vista di Ashton a quello di Beau, e già dalle prime pagine prendono vita i loro tormentoni, che vi accompagneranno per tutto il tempo.
Ashton: "Sono una brava ragazza ma a volte devo lasciar fuoriuscire la ragazza cattiva che è in me"; "solo nonna e Beau mi apprezzano per quello che sono".
Beau: "Che bella patatina che hai" (dice davvero così, non sto parafrasando); "amo la parte malvagia di te"; "perché ti ostini a nascondere la parte malvagia di te?"
Poi l'autrice ci mette il carico da novanta con perle di saggezza come, e cito testualmente: "giornate lunghe come la fame".

So dell'esistenza di un sequel. Spero risponda ad alcune domande che mi sono posta leggendo il primo e che ho prontamente appuntato:
- Sawyer manderà a quel paese Ashton e cugino?
- Ashton brucerà viva una volta messo un piede in chiesa?
- Beau si rivolgerà all'ufficio anagrafe per cambiare nome?

Titolo: The Vincent boys
Autore: Abbi Glines
Editore: Mondadori
Prezzo: 14,90€ brossura
Adatto a: tutti coloro che hanno amato la cricca di Dawson
Che faccio, lo compro?: per l'amor di Dio, NO!

domenica 1 settembre 2013

Hemingway e il bombarolo

Ogni tanto mi fisso con un autore e leggo qualsiasi cosa abbia scritto di suo pugno o semplicemente lo riguardi (direttamente o indirettamente).
Hemingway è stata la prima vittima del mio stalkeraggio: di lui ho letto quattro romanzi, ma ogni volta che sono in procinto di aprire per la prima volta un suo libro provo una sorta di riverenza, come se dovessi dimostrare io qualcosa allo scrittore.
Eppure chi deve preoccuparsi di rispondere alle aspettative dovrebbe essere lui, visto che è premio Nobel per la letteratura.


Ad ogni modo, ho appena concluso "Per chi suona la campana".

Robert Jordan, il protagonista di questa splendida storia, è un artificiere che nel corso della guerra civile spagnola viene mandato in missione da Madrid ad una zona boscosa col compito di far saltare in aria un ponte per evitare i possibili rifornimenti da parte del nemico. Qui incontra una banda di guerriglieri assassini e senza scrupoli, banditi pagati dai Repubblicani con cui deve condividere il tempo prima della missione

Oggettivamente la trama è molto semplice (considerate che l'azione si svolge in soli tre giorni) e guardando il volume del romanzo la domanda potrebbe sorgere spontanea: di che cosa le ha riempite 544 pagine?

Di storia.

Il romanzo è permeato dalla continua lotta tra la forte volontà di vivere la vita che prova il protagonista e i continui racconti di guerra da parte dei suoi compagni di sventura.
Robert non sente sua quella guerra e i suoi freddi ragionamenti lo testimoniano. Ma la guerra civile è una realtà che inevitabilmente colpisce l'animo di tutti i cittadini, ed è impossibile ignorarla; così come Picasso ha lasciato all'umanità intera il ricordo di quel periodo nella sua Guernica, ecco che Hemingway con questo romanzo (ma anche con "Addio alle armi"), ci lascia il suo contributo.

Hemingway è uno scrittore che in vita ha sempre denunciato gli orrori della guerra, distaccandosi molto dai suoi coetanei esaltati da quel particolare periodo storico (i primi del Novecento) permeato da continui conflitti; così i racconti dei suoi protagonisti sono crudi perché reali, vissuti sulla pelle di chi li ha fatti parlare.

Lo stile è essenziale, schietto e privo di fronzoli, anche se le descrizioni dei luoghi e dei protagonisti sono così minuziose che potrebbero risultare noiose o addirittura esagerate. Spesso la vostra pazienza verrà messa a dura prova, ma ricordate che lo stile con cui si scriveva all'inizio del Novecento era molto diverso da quello utilizzato nei romanzi di oggi.

In un periodo storico difficile quale quello che stiamo vivendo "Per chi suona la campana" è un romanzo attuale, una dichiarazione di fermo distacco dalla guerra e soprattutto dalla sofferenza che inevitabilmente questa porta con sé.
Spero solo che chi di dovere se ne renda conto in tempo.

Titolo: Per chi suona la campana
Autore: Ernest Hemingway
Editore: Mondadori (oscar)
Prezzo: 10,50€, brossura
Adatto a:  chi vuole leggere un classico tristemente attuale